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ANTONIO TROPIANO, SYMBOLON, DONAZIONE AL COMUNE DI CUTRO 
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ANTONIO TROPIANO, SYMBOLON, DONAZIONE AL COMUNE DI CUTRO 

Le parole spese dagli altri per la tragedia che si è consumata a Cutro non le riconosciamo come nostre. Le parole spese da quelli che ci guardano dall’esterno dei nostri confini, che i confini li hanno marcati da sempre per ragioni politiche e di disparità, da quelli che parlano da un centro costituito relegandoci a un ruolo periferico e minimizzando le nostre millenarie sfumature di territori nodali, quelle stesse parole prodotte dalle grandi dighe artificiali della geopolitica, che pretendono di incanalare gli straripamenti umani secondo un disegno arbitrario di equilibrio territoriale, quelle parole non le capiamo. Noi parliamo una lingua diversa perchè abitiamo da sempre la litoranea ingovernabile del Mediterraneo, e da popolo del Mediterraneo leggiamo e visioniamo gli eventi obbedendo a un glossario che è una miscellanea di parole e di immagini dei popoli che da qui, attraverso il nostro mare, sono passati. Conserviamo un carattere proteiforme perchè rispondiamo antropologicamente alle regole di una genetica della mescolanza che ha definito nel tempo una tipicità, gli algoritmi della nostra stanzialità imperfetta. Tanto che ogni tentativo di radicamento è stato, nella nostra storia, un’alternativa all’escavazione radicale per quella naturale inclinazione ad andare oltre per via di contaminazioni di superficie. E sotto questa luce abbiamo coltivato naturalmente un sentimento di amore profondo e di speranza verso l’altro che da qui passa e che qui arriva. Quella che i greci chiamavano Filoxenia e che per noi è un consesso fatto di riti dell’accoglienza ereditati, obbligatori e impressi, perciò, in un vero e proprio cerimoniale. La tragedia di Cutro ha restituito agli altri, a quelli che continuano a non vederci limpidamente in tutta la nostra complessità anteriore, immagini di morte e di eroismo eccezionali che noi continuiamo a vivere nell’intimità e nel silenzio della vita ordinaria. Vincenzo che è pescatore e conosce bene il mare in tempesta e che perciò non esita a gettarsi tra le onde per la pesca e la conta dei corpi. Vincenzo che sa, senza che nessuno glielo abbia spiegato, che nel dramma del naufragio il corpo dei morti vale quanto quello dei vivi; che sa intimamente, senza necessariamente aver letto l’Antigone, che pure il diritto ad una sepoltura è un salvataggio. Come lo sa Angelina e come lo sanno i sindaci di molti comuni calabresi e che perciò, oltre ai panni, ai viveri e alle case, offrono alle persone venute dal mare un posto e una lapide per custodire il silenzio eterno e la memoria dei loro morti, che ora sono i morti e la memoria di tutti.

Symbolon – Opera di Antonio Tropiano

Dall’ottica del territorio su cui si consuma continuamente il fenomeno della migrazione e da cui s’avvistano con frequenza imbarcazioni imbottite di anime alla deriva, la grande urgenza è, prima di ogni cosa, ricordare i caratteri della propria identità nonostante le paranoie delle globalizzazione che determinano appiattimenti sterili. L’opera che lo scultore Antonio Tropiano dona simbolicamente a Cutro è perciò un dono per tutti. Un’opera che, a buon diritto, ha saputo spogliarsi di ogni pericolosa accezione politica e libera il suo potere di comunicazione e di caratterizzazione identitaria, dalle mani di chi l’ha plasmata alle mani di chi la riceve. Si restituisce perciò, anche visivamente, come simbolo di un dono d’accoglienza: la gigantografia di una mano in legno di noce nero americano che regge ed offre un atipico symbolon, il frammento di un’imbarcazione naufragata. L’attualizzazione di un gesto antico di ospitalità conclusa, che l’arte è qui in grado di compiere, usa come strumento dello scambio e come simbolo stesso dell’accoglienza un pezzo di legno che è ormai una reliquia moderna. Una scultura che, prima e oltre che essere un monumento ai caduti, vuole essere un monumento alle sopravvivenze. Alla vita che arriva e a quella che dobbiamo mantenere intatta. Noi non parliamo la lingua degli altri e per questo – parafrasando i versi di un conterraneo che amiamo molto – il Symbolon che Antonio Tropiano offre a Cutro deve necessariamente essere un orto, l’unico confine per ricordarci.

Elisabetta Longo

Storica dell’Arte